Quando ho cominciato a esplorare il respiro, dopo l'esperienza che nel 2019 ha cambiato il mio sguardo, le prime pratiche che ho incontrato venivano dallo yoga. Narici alternate, respiro con la gola, trattenute. Funzionavano, e nessuno mi spiegava perché. Quando anni dopo ho studiato la fisiologia, ho scoperto che il perché c'era, e che la tradizione lo aveva capito con millenni di anticipo, senza avere le parole per dirlo.

Questo confronto non vuole decidere chi ha ragione. Vuole dire cosa prendere da ciascuno.

Cos'è il pranayama

Nella tradizione dello yoga, pranayama indica il controllo del prana, il soffio vitale, attraverso il respiro. È il quarto degli otto rami dello yoga classico, dopo le posture e prima del ritiro dei sensi e della meditazione: nella progressione originale il respiro serve a preparare la mente alla concentrazione.

Le tecniche sono molte e precise. Nadi shodhana, la respirazione a narici alternate. Ujjayi, il respiro sonoro con la gola leggermente chiusa, usato durante le posture. Kapalabhati, espirazioni brevi e forzate con l'addome, in serie rapide. Bhastrika, il mantice, inspirazioni ed espirazioni forzate entrambe. Kumbhaka, le trattenute, a polmoni pieni o vuoti, con rapporti numerici tra le fasi. Bhramari, il respiro dell'ape, con un ronzio nell'espirazione.

Il pranayama ha una cornice: un'etica, una filosofia dell'energia, una progressione, un maestro. E ha una cautela antica: i testi classici avvertono che le pratiche avanzate, soprattutto con trattenute, vanno apprese gradualmente e sotto guida.

Cosa conferma la fisiologia

Quasi tutto, nelle pratiche lente. Nadi shodhana è un respiro nasale lento e attento, e il nervo vago risponde esattamente a quello: ne ho scritto nella guida sul nervo vago. Ujjayi aggiunge una resistenza all'espirazione che la allunga e la rallenta, con lo stesso effetto. Bhramari è un'espirazione lunga con una vibrazione che coinvolge la gola, innervata dal vago. Le trattenute lente dopo l'espirazione fanno salire l'anidride carbonica e allenano la tolleranza, proprio come il metodo Buteyko.

Le pratiche intense, kapalabhati e bhastrika, sono iperventilazione: l'anidride carbonica scende, il sistema simpatico si attiva, compaiono le sensazioni che chi fa breathwork intenso conosce. La tradizione le colloca con cura, al mattino, dopo una preparazione, con controindicazioni. La fisiologia conferma quella cautela parola per parola.

Dove la fisiologia tace è sul prana, sui canali energetici, sui chakra. Non li conferma e non li smentisce: parla un'altra lingua. Si può praticare il pranayama credendo a quella mappa, o usando quella moderna, e il respiro funziona in entrambi i casi.

Cos'è il breathwork, in confronto

Il breathwork moderno ha preso molte tecniche dal pranayama, le ha spogliate della cornice e le ha rinominate. La respirazione coerente è un pranayama lento con un rapporto uno a uno. Il box breathing è un kumbhaka con rapporto uno-uno-uno-uno. Il metodo Wim Hof è un bhastrika seguito da trattenute. La respirazione a narici alternate è rimasta con il suo nome.

Quello che il breathwork ha aggiunto è la misura: il test BOLT, la variabilità cardiaca, l'anidride carbonica come variabile, i protocolli con tempi e numeri. E ha aggiunto le pratiche connesse e intense come via esplorativa, il Rebirthing e i suoi parenti, che nel pranayama classico non esistono in quella forma.

Quello che ha perso, a volte, è la progressione e la cautela: la tradizione impiegava anni ad arrivare alle pratiche avanzate, il breathwork le offre in un fine settimana.

Come usarli insieme

Prendi dal pranayama la pazienza, la progressione, l'idea che il respiro prepari la mente e non sia un fine. Prendi dal breathwork la misura, la fisiologia, la chiarezza su cosa fa cosa. Pratica le tecniche lente con qualunque nome ti piaccia, sono le stesse. Avvicinati a quelle intense, con qualunque nome, con la cautela che entrambe le tradizioni, ciascuna a suo modo, raccomandano.

Io sono arrivato dallo yoga alla fisiologia e non ho lasciato nessuno dei due. Nelle sessioni uso la lingua della fisiologia perché è quella che si misura, ma le pratiche che propongo le riconoscerebbe qualsiasi insegnante di pranayama. Con nomi diversi, e lo stesso respiro.

Domande frequenti

Le domande che mi fanno più spesso.

Serve essere praticanti di yoga per fare pranayama?

No. Molte tecniche di pranayama si praticano da sedute e sono indipendenti dalle posture. Il contesto dello yoga aggiunge una cornice, etica, filosofia, progressione, che si può abbracciare o lasciare da parte.

Il pranayama è più sicuro del breathwork?

Le pratiche lente di pranayama sono sicure quanto quelle di regolazione del breathwork. Quelle intense, come kapalabhati e bhastrika, sono iperventilazione a tutti gli effetti e hanno le stesse controindicazioni delle pratiche intense moderne.

Nadi shodhana, ujjayi, kapalabhati: cosa sono in due parole?

Nadi shodhana è la respirazione a narici alternate, lenta e calmante. Ujjayi è il respiro con una leggera chiusura della gola, sonoro, usato nelle posture. Kapalabhati è una serie di espirazioni rapide e forzate con l'addome, attivante, da usare con cautela.