C'è una parola che nel linguaggio medico indica un problema e nel linguaggio del breathwork indica una tecnica. È la stessa parola, iperventilazione, e la confusione che genera merita un articolo tutto suo.
Iperventilare significa respirare più di quanto il corpo abbia bisogno in quel momento. Lo facciamo per sbaglio durante un attacco di panico, e lo facciamo apposta in una sessione di respirazione connessa. La chimica è la stessa. Quello che cambia è tutto il resto: il contesto, l'intenzione, chi c'è accanto, e cosa succede dopo.
Cosa succede nel sangue
L'idea comune è che respirare di più porti più ossigeno. È falsa, e capire perché cambia il modo di guardare al respiro. Il sangue di una persona sana, a riposo, è già quasi completamente saturo di ossigeno. Respirare il doppio non aggiunge ossigeno: lo spazio è pieno.
Quello che respirare di più fa davvero è espellere anidride carbonica. E l'anidride carbonica non è un rifiuto da eliminare il più possibile, come ci hanno insegnato. È la molecola che regola il pH del sangue, che tiene aperti i vasi, e che permette all'emoglobina di rilasciare l'ossigeno ai tessuti. Quando scende troppo, succedono tre cose insieme: il sangue diventa più alcalino, i vasi, compresi quelli del cervello, si restringono, e l'ossigeno resta legato all'emoglobina invece di arrivare dove serve.
Le conseguenze si sentono entro pochi minuti. Formicolio alle mani e intorno alla bocca, testa leggera, vista che cambia, a volte le mani che si contraggono da sole. Nessuna di queste sensazioni è pericolosa in sé, per un corpo sano. Tutte spaventano, se arrivano senza preavviso.
Per sbaglio
Durante un attacco di panico il meccanismo è un circolo. La paura accorcia e accelera il respiro, il respiro abbassa l'anidride carbonica, il calo produce le sensazioni, le sensazioni confermano la paura. La persona ha l'impressione di non riuscire a respirare e cerca più aria, che è esattamente il contrario di quello che servirebbe. Ne ho scritto nell'articolo sulla respirazione per l'ansia: la via d'uscita è rallentare, non riempirsi.
Esiste anche un'iperventilazione cronica, silenziosa, di chi respira un po' troppo tutto il giorno, dalla bocca, in alto nel petto, senza mai arrivare al panico ma senza mai scendere davvero. È più comune di quanto si pensi, e si lavora con la respirazione lenta e nasale, non con le tecniche intense.
Apposta
Nel breathwork intenso l'iperventilazione è lo strumento, non l'incidente. Si respira in modo pieno e connesso, senza pause, per un tempo prolungato, con l'obiettivo preciso di spostare la chimica del sangue e, con essa, lo stato del sistema nervoso. Quello che nel panico è una trappola, qui diventa una porta: il controllo della mente razionale si allenta, il corpo mostra quello che tiene in sospeso, e c'è spazio per attraversarlo.
La differenza tra l'incidente e lo strumento sta in quattro cose, e le elenco perché sono il cuore del mio lavoro.
Il contesto: sdraiati, al sicuro, senza nient'altro da fare. L'intenzione: si sa cosa si sta facendo e perché. L'annuncio: le sensazioni che possono arrivare vengono descritte prima, così quando arrivano sono un segnale e non una minaccia. La presenza: qualcuno è lì, osserva il respiro, suggerisce di aprire o rallentare, ricorda che ci si può fermare. E, aggiungo, il dopo: il tempo lasciato al corpo per tornare, senza fretta, prima di rialzarsi.
Togli una di queste quattro cose e la stessa tecnica cambia natura. È il motivo per cui non consiglio di farla da soli seguendo un video, e il motivo per cui ho scritto un articolo intero sulle controindicazioni. Non perché la pratica sia pericolosa, ma perché il modo in cui viene fatta decide tutto.
Una parola sui limiti
Il corpo ha un termostato. Se l'anidride carbonica scende troppo, prima o poi il respiro rallenta da solo, o il corpo si prende una pausa. Nelle sessioni accompagnate questo limite non si cerca e non si supera: la pratica vive molto prima, nella zona in cui le sensazioni sono intense ma gestibili. Chi insegue il limite, chi fa a gara a chi trattiene di più o respira più forte, sta facendo un'altra cosa, e non è breathwork.
L'iperventilazione, in sé, è solo fisiologia. Un respiro più grande del bisogno, un'anidride carbonica più bassa del normale. Tutto il valore, e tutto il rischio, stanno nelle mani di chi la usa e nel modo in cui la accompagna. Se vuoi capire come la uso io, la risposta più onesta è una conversazione, prima di qualsiasi respiro.
Le domande che mi fanno più spesso.
L'iperventilazione fa entrare più ossigeno?
No, e questo è il punto che sorprende tutti. Il sangue a riposo è già saturo di ossigeno al 95-99 per cento: respirare di più non aggiunge quasi nulla. Toglie invece anidride carbonica, e senza di essa l'ossigeno fatica a passare dal sangue ai tessuti. Respirando di più si ossigena di meno.
Dopo una pratica intensa mi sento stanco per ore. È normale?
Sì. Il corpo ha attraversato uno stato di attivazione e poi di rilascio profondo, e chiede riposo. È uno dei motivi per cui lascio sempre tempo all'integrazione e consiglio di non programmare impegni pesanti dopo una sessione.
Cosa distingue un buon accompagnamento da uno improvvisato?
La conversazione prima, con domande precise sulla salute. Il modo in cui vengono annunciate le sensazioni che possono arrivare. La presenza durante, senza spingere. E il tempo lasciato dopo. Se manca anche uno solo di questi quattro, vale la pena cercare altrove.

