Dire di no fa parte del mio lavoro. Non succede spesso, ma quando succede è la cosa più utile che posso fare per una persona, più di qualsiasi sessione. Il breathwork ha una reputazione da pratica dolce, e in gran parte lo è. Ma una parte di esso, quella intensa, agisce sulla chimica del sangue e sul sistema nervoso in modo deciso, e merita la stessa serietà con cui si tratta qualsiasi cosa che agisca sul corpo.
Questo articolo è per chi vorrebbe provare ma ha un dubbio che non ha osato scrivere. Preferisco rispondere qui, prima, che scoprirlo dopo.
Due famiglie, due livelli di attenzione
Le pratiche lente, nasali, a ritmo ridotto, come quelle di cui ho scritto parlando del sistema nervoso e della respirazione dal naso, sono adatte quasi a chiunque. Abbassano l'attivazione, non la alzano. Le uniche cautele riguardano chi ha problemi respiratori acuti o una congestione che rende il naso impraticabile: in quel caso si aspetta, o si adatta.
Le pratiche intense sono un'altra cosa. Respirazione connessa, circolare, Rebirthing, e in generale tutto ciò che prevede di respirare più del necessario per un tempo prolungato o di trattenere a lungo. Qui l'anidride carbonica scende, il pH si sposta, i vasi si restringono, il cervello riceve meno flusso per qualche minuto. Per un corpo sano è un'esperienza gestibile e reversibile. Per alcune condizioni, non lo è.
Quando dico di no
Ci sono situazioni in cui la respirazione intensa non va fatta, e non è una questione di prudenza eccessiva. Problemi cardiovascolari seri, pressione alta non controllata, un infarto o un ictus recenti. Epilessia, perché i cambiamenti nella chimica del sangue possono abbassare la soglia delle crisi. Glaucoma e distacco di retina, per la pressione. Gravidanza, per le pratiche con iperventilazione volontaria e trattenute. Asma grave o non controllata. Interventi chirurgici recenti.
E poi c'è la sfera psicologica, che è quella su cui sono più attento. Un disturbo psichiatrico in fase acuta, una psicosi, un disturbo bipolare non stabilizzato: in questi casi una pratica che allenta il controllo della mente razionale può fare il contrario di quello che si spera. Lo stesso vale, con più sfumature, per chi attraversa un lutto fresco o un trauma recente. Non è un giudizio, è rispetto per i tempi.
Se ti riconosci in una di queste righe, la risposta non è necessariamente "mai". È "non questa pratica, non adesso, e in ogni caso con il parere di chi ti segue". Le pratiche lente restano quasi sempre disponibili, e sono spesso quelle che servono di più.
Quello che spaventa ma è normale
C'è un'altra categoria, quella delle sensazioni che non sono pericolose ma lo sembrano. Vale la pena nominarle una per una, perché la differenza tra una sensazione annunciata e una a sorpresa è la differenza tra un'esperienza e uno spavento.
Formicolii alle mani, ai piedi, intorno alla bocca. Calore improvviso, o freddo. Contrazione delle mani, a volte dei muscoli del viso: si chiama tetania, è l'effetto del calo di anidride carbonica, e passa rallentando il respiro. Leggeri giramenti di testa. Emozioni che arrivano senza motivo apparente, un pianto, una risata, una rabbia breve. Un senso di stanchezza profonda dopo, o al contrario una lucidità insolita.
Tutto questo è il corpo che fa quello che il respiro gli chiede. Il mio compito è dirlo prima, restare accanto durante, e dare il tempo dopo. Il tuo, se decidi di provare, è una cosa sola: sapere che puoi rallentare o fermarti in qualsiasi momento, e che fermarsi non è fallire.
La prima sessione è una conversazione
Non comincio mai da una pratica intensa. Comincio parlando, e non per cortesia. In quella conversazione chiedo delle condizioni che ho elencato sopra, di come dormi, di come stai in questo periodo, di cosa cerchi. Da lì decido cosa proporre, e a volte propongo qualcosa di molto più semplice di quello che una persona si aspettava. Ho imparato che la delusione iniziale di chi voleva "l'esperienza forte" si trasforma quasi sempre in gratitudine qualche settimana dopo.
Il breathwork non è pericoloso. Lo è la fretta, e lo è il fare da soli, con un video, qualcosa che merita una presenza. Se hai un dubbio che non ho toccato qui, scrivimelo. La risposta onesta vale sempre più di una sessione in più.
Le domande che mi fanno più spesso.
Ho un attacco di panico ogni tanto. Posso fare breathwork?
Le pratiche lente e nasali sono tra gli strumenti più utili proprio per chi conosce il panico. Quelle intense, invece, possono richiamare sensazioni simili a quelle di un attacco, e vanno valutate insieme, con molta gradualità e, se sei seguito da uno specialista, con il suo parere.
Formicolii e mani contratte durante la pratica sono pericolosi?
Sono l'effetto del calo di anidride carbonica e passano in pochi minuti rallentando il respiro. Fanno paura solo se nessuno ti ha detto prima che possono arrivare. Per questo ne parlo sempre prima di iniziare.
Si può praticare in gravidanza?
La respirazione lenta e consapevole sì, ed è anzi preziosa. Le pratiche intense con iperventilazione volontaria e trattenute prolungate no. In caso di dubbio, la risposta è sempre: parliamone, e chiedi al tuo medico.

