Per anni ho lavorato con i numeri. Analisi dei dati, sistemi, previsioni. Mi piaceva capire come funzionano le cose e, in fondo, mi fidavo solo di quello che si poteva misurare. Il respiro, in quel mondo, non esisteva: era una funzione di sfondo, come il battito del cuore o la digestione. Qualcosa che il corpo fa da solo e di cui non vale la pena occuparsi.
Poi, nel 2019, un viaggio in Amazzonia ha spostato qualcosa. Non voglio raccontarlo qui, meriterebbe uno spazio tutto suo. Dico solo che sono tornato con domande che i numeri non sapevano contenere, e con il bisogno di uno strumento concreto per esplorarle. Ho provato la meditazione, lo studio, la filosofia. Tutto utile, tutto un po' distante. Finché non mi sono accorto che la cosa più vicina ce l'avevo sotto il naso. Letteralmente.
Questo articolo è il primo di una serie e serve a rispondere alla domanda che mi fanno più spesso: cos'è, in concreto, il breathwork. Provo a farlo come avrei voluto che lo facessero con me, senza promesse e senza misteri.
Una funzione automatica che possiamo guidare
Il respiro ha una caratteristica che nessun'altra funzione vitale possiede. È automatico, come il battito del cuore, ma è anche volontario, come il movimento di una mano. Puoi smettere di pensarci e andrà avanti da solo. Puoi decidere di rallentarlo, trattenerlo, approfondirlo, e il corpo obbedisce.
Questa doppia natura è la porta di ingresso. Il respiro è l'unico ponte diretto tra ciò che decidiamo e ciò che il corpo regola per conto suo: frequenza cardiaca, pressione, livello di allerta, tensione muscolare. Quando siamo spaventati il respiro si fa corto e alto, nel petto. Quando siamo tranquilli scende, si allunga, rallenta. Lo sappiamo tutti per esperienza. Quello che pochi provano a fare è percorrere il ponte nella direzione opposta: cambiare il respiro per cambiare lo stato.
Il breathwork è esattamente questo. L'uso intenzionale del respiro, con tecniche precise, per influenzare come stiamo, come sentiamo, come pensiamo. Niente di esoterico nella definizione. La parte interessante comincia quando si prova.
Cosa succede davvero nel corpo
Quando respiriamo entra ossigeno ed esce anidride carbonica. Fin qui, scuola elementare. Il dettaglio che cambia tutto è che la quantità di anidride carbonica nel sangue, non l'ossigeno, è il segnale principale con cui il corpo decide quanto e come respirare, e condiziona quanto ossigeno le cellule riescono davvero a usare.
Respirare poco e lentamente, dal naso, fa salire leggermente l'anidride carbonica. Il sistema nervoso lo interpreta come un segnale di sicurezza: il cuore rallenta, i vasi si dilatano, la mente si fa più quieta. È la strada della calma, e la si può percorrere seduti alla scrivania senza che nessuno se ne accorga.
Respirare molto e velocemente fa il contrario. L'anidride carbonica scende, il pH del sangue cambia, il corpo entra in uno stato di attivazione. Compaiono formicolii, calore, a volte emozioni che non sapevamo di avere lì. È la strada delle pratiche intense, quelle che si fanno sdraiati, con una guida, per una ragione precisa.
Nessuna delle due strade è magica. Sono fisiologia. Ma sono una fisiologia che, nella vita di tutti i giorni, non usiamo quasi mai di proposito.
Le famiglie del breathwork
Sotto la parola breathwork vivono pratiche molto diverse tra loro, e metterle tutte nello stesso sacco crea confusione. Le divido in due famiglie.
La prima è quella della regolazione. Respirazione lenta, nasale, diaframmatica. Tecniche come la respirazione coerente a cinque o sei respiri al minuto, o il lavoro sulla tolleranza all'anidride carbonica che ho studiato nel metodo Oxygen Advantage. Sono pratiche che si imparano in poche settimane e si portano a casa: servono a dormire meglio, a gestire l'ansia prima che diventi panico, a recuperare più in fretta dopo uno sforzo, a ritrovare un respiro che spesso, senza accorgercene, abbiamo perso da anni.
La seconda è quella dell'esplorazione. Respirazione connessa, circolare, senza pause tra inspirazione ed espirazione, per trenta o quaranta minuti. Il Rebirthing appartiene a questa famiglia, insieme ad altri approcci somatici. Qui l'obiettivo non è calmarsi ma attraversare: sensazioni, emozioni, ricordi che il corpo tiene in sospeso. Sono esperienze intense, che hanno bisogno di preparazione, di una guida presente e di tempo dopo per integrare.
Quasi tutti arrivano cercando la seconda famiglia, perché è quella di cui si parla di più. Quasi tutti hanno bisogno di cominciare dalla prima. Non per prudenza eccessiva, ma perché un corpo che sa regolarsi affronta l'esplorazione in modo completamente diverso.
Cosa non è
Il breathwork non è una terapia e non sostituisce un medico o uno psicologo. Non cura nulla. Può accompagnare, e spesso lo fa bene, ma la parola giusta è quella: accompagnare.
Non è nemmeno una gara a chi trattiene di più o a chi arriva all'esperienza più forte. L'ho visto succedere, e di solito è il modo più rapido per non capirci niente. La respirazione intensa produce stati che possono sembrare straordinari. Lo sono, in parte. Ma il valore non sta nello stato in sé, sta in quello che ci portiamo via dopo, nella vita normale, quando nessuno ci guida.
E non è uguale per tutti. Questa è forse la cosa che ho capito più lentamente, da ex analista abituato a cercare la formula che funziona sempre. Lo stesso esercizio che calma una persona ne agita un'altra. Lo stesso ritmo che a me apre, a qualcun altro chiude. Il metodo, se così vogliamo chiamarlo, consiste nel guardare la persona prima della tecnica.
Da dove cominciare
Se vuoi provare da solo, oggi, c'è un esercizio che consiglio a chiunque e che non ha controindicazioni. Siediti. Chiudi la bocca. Respira dal naso, lentamente, lasciando che l'addome si muova più del petto. Conta quattro secondi per inspirare e sei per espirare. Vai avanti per cinque minuti.
È tutto qui, e non sembra niente. Ma se lo fai ogni giorno per due settimane, qualcosa cambia nel modo in cui reagisci a una brutta notizia, a una coda, a una discussione. Non diventa tutto facile. Diventa un po' meno automatico. Quel piccolo spazio tra lo stimolo e la reazione è il primo regalo del respiro, e vale già da solo il tempo speso.
Se invece senti di voler andare più a fondo, nella seconda famiglia, non farlo da solo seguendo un video. Cerca qualcuno con cui parlare prima, che ti chieda come stai, che resti con te durante e che ci sia anche dopo. Non perché sia pericoloso in sé, ma perché quello che può emergere merita di essere accolto da qualcuno, non da uno schermo.
Io sono partito dai numeri e sono arrivato qui. Non ho smesso di fidarmi di ciò che si può misurare: la differenza è che adesso, tra le cose che misuro, c'è anche come respiro.
Le domande che mi fanno più spesso.
Il breathwork è pericoloso?
Le pratiche lente e regolari sono adatte quasi a tutti. Quelle intense, come la respirazione connessa, cambiano temporaneamente la chimica del sangue e vanno fatte con una guida, dopo aver parlato di eventuali condizioni mediche: gravidanza, epilessia, problemi cardiovascolari, disturbi psichiatrici in fase acuta. Per questo il primo incontro è sempre una conversazione.
Quanto dura una sessione e cosa serve preparare?
Una sessione individuale dura in media un'ora: una parte è conversazione, prima e dopo, il resto è la pratica vera e propria. A domicilio serve una stanza tranquilla in cui potersi sdraiare, un materassino o un letto, una coperta perché durante la pratica la temperatura del corpo può scendere, un cuscino e un bicchiere d'acqua. Abbigliamento comodo e telefono in silenzio. Di tutto il resto parliamo prima dell'incontro.
Devo saper meditare o avere già esperienza?
No. Il respiro è la cosa che sai fare da prima di nascere. Si parte da lì, e il ritmo lo decidi tu: puoi rallentare, cambiare o fermarti in qualsiasi momento.

