Il nome non aiuta. Rebirthing, rinascita, evoca qualcosa di drammatico, un rito di passaggio, una porta che si apre con fragore. La realtà di una sessione è molto più silenziosa. Una persona sdraiata, una coperta, una stanza tranquilla, e un respiro che per un po' smette di avere pause.

Quando qualcuno mi scrive per la prima volta, nove volte su dieci la domanda è questa: ma cosa succede, esattamente? Ho imparato a rispondere con calma, perché il mistero attorno a questa pratica è il suo peggior nemico. Quindi provo a raccontarlo come lo racconterei a un amico seduto di fronte a me, con un caffè in mano.

Da dove viene

Il Rebirthing nasce negli anni Settanta, in California, intorno a Leonard Orr. L'idea originaria era che respirando in un certo modo si potessero rivivere e sciogliere le tensioni legate alla nascita. Da lì il nome. Nel tempo la pratica si è allontanata da quella interpretazione letterale e si è avvicinata a ciò che oggi chiamiamo, in modo più ampio, respirazione connessa o respirazione circolare.

Quello che è rimasto, ed è la parte che conta, è il gesto tecnico. Inspirare ed espirare senza pausa in mezzo, come un'onda che non si ferma mai sulla riva, per un tempo abbastanza lungo da cambiare qualcosa.

Cosa cambia nel corpo

Respirare senza pause, con un ritmo più pieno del solito, fa scendere l'anidride carbonica nel sangue. È lo stesso meccanismo di cui ho parlato nell'articolo su cos'è il breathwork, solo che qui lo si usa di proposito e per più tempo. Il pH del sangue si sposta, i vasi si restringono un po', il sistema nervoso entra in uno stato di attivazione.

Nel concreto si sentono formicolii alle mani e intorno alla bocca, calore o freddo, a volte una contrazione delle mani che gli addetti ai lavori chiamano tetania e che spaventa solo chi non sa cos'è. Passa riducendo il ritmo. Lo dico sempre prima, perché saperlo cambia tutto: una sensazione annunciata è un segnale, una sensazione a sorpresa è una minaccia.

Poi, oltre le sensazioni fisiche, arriva il resto. Non sempre, non per tutti nello stesso modo. Emozioni che compaiono senza una storia attaccata, un pianto che non è triste, una risata, un'immagine, una quiete molto profonda. Il corpo, quando la mente razionale allenta la presa, mostra quello che tiene in sospeso. Il mio compito è esserci mentre lo fa.

Come si svolge, passo per passo

Si comincia parlando. Non è un preambolo da sbrigare, è la parte che decide tutto il resto. Chiedo come stai, cosa ti porta, se ci sono condizioni di salute da considerare, se hai già fatto esperienze simili. Da quella conversazione capisco il ritmo che ha senso proporre, e se ha senso proporlo oggi.

Poi ci si sdraia. Coperta, cuscino, occhi chiusi se va bene. Guido l'ingresso nel respiro connesso gradualmente: prima si trova l'onda, poi la si lascia crescere. Io resto accanto, parlo poco, osservo molto. Il respiro di chi pratica mi dice dove siamo. Se serve, suggerisco di aprire di più, o di rallentare, o semplicemente ricordo che si può fermarsi in qualsiasi momento. Quest'ultima cosa la ripeto spesso, ed è vera: il ritmo lo decide chi respira, sempre.

La parte intensa dura quanto serve, e poi si lascia andare. Il respiro torna naturale da solo. Qui comincia la fase che considero la più preziosa e la più trascurata: l'integrazione. Restare sdraiati, in silenzio, senza fretta di capire. Poi, quando il corpo è pronto, ci si siede, si beve un po' d'acqua, si dice quello che c'è da dire. Alcune persone parlano molto. Altre non vogliono parlare affatto, e va benissimo.

In tutto, in media, un'ora.

Cosa non aspettarsi

Non aspettarti di rinascere. Non aspettarti un'esperienza spettacolare, perché cercarla è il modo più sicuro per non avere nessuna esperienza. E non aspettarti che una sessione risolva qualcosa di definitivo. Il Rebirthing non è una terapia e non la sostituisce. Se stai attraversando un periodo psicologicamente difficile, parliamone prima, e in alcuni casi la risposta onesta è: non ora.

Aspettati invece di scoprire che il corpo ha una vita propria, più vasta di quella che la mente sorveglia. Aspettati di sentire cose che non hanno un nome. E aspettati di uscire con una domanda nuova, invece che con una risposta.

Perché lo faccio

Per me il Rebirthing è stata la pratica in cui tutto quello che avevo studiato, la fisiologia, la meditazione, la filosofia, è diventato esperienza diretta. Non una teoria sul rapporto tra corpo ed emozioni, ma il rapporto stesso, sentito. È il motivo per cui ho scelto di approfondirlo e di proporlo, sempre dopo aver costruito, con chi arriva, una base di respirazione lenta e consapevole. Prima la persona, poi la pratica. L'ho scritto nella pagina del metodo e lo ripeto qui perché è l'unica regola che non cambia mai.

Se ti incuriosisce, il modo migliore per saperne di più non è leggere un altro articolo. È scrivermi e raccontarmi cosa ti ha portato fin qui. Da lì capiamo insieme da dove iniziare.

Domande frequenti

Le domande che mi fanno più spesso.

Quanto dura una sessione di Rebirthing?

In media un'ora. Ci si parla prima, si respira per la parte centrale, e si lascia del tempo alla fine per tornare, bere un po' d'acqua e dire quello che c'è da dire, se c'è.

Si può fare da soli?

La respirazione connessa intensa no, non la consiglio da soli, soprattutto le prime volte. Non perché sia pericolosa in sé, ma perché quello che emerge merita qualcuno accanto che sappia cosa sta succedendo e che resti lì. Le pratiche lente, invece, si possono portare a casa fin da subito.

È necessario rivivere la nascita?

No. Il nome viene dalla storia della pratica, ma oggi il Rebirthing è soprattutto un modo per incontrare quello che il corpo tiene in sospeso. Per qualcuno sono ricordi, per altri sono sensazioni, per molti è semplicemente uno stato di quiete che non conoscevano. Non c'è un copione da seguire.